Carlo Di Stanislao |
«Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore.» – Pier Paolo Pasolini
Il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e il Sessantotto è stato segnato da una profonda ambivalenza. Se da un lato il poeta, scrittore e regista italiano nutriva un’innata simpatia per le lotte sociali e le rivendicazioni degli oppressi, dall’altro non mancava di criticare aspramente i giovani contestatori, accusandoli di essere il prodotto di una società consumistica che, paradossalmente, volevano combattere.
Pasolini e la contestazione studentesca
Uno degli episodi più emblematici di questo rapporto controverso è rappresentato dalla sua celebre poesia «Il PCI ai giovani!!», pubblicata il 16 giugno 1968 su «L’Espresso». In questo componimento, Pasolini esprime una provocatoria vicinanza ai poliziotti, descritti come giovani proletari sfruttati, contrapposti agli studenti borghesi che manifestavano contro il sistema ma ne erano, di fatto, i figli privilegiati. Questo ribaltamento delle categorie tradizionali di oppressori e oppressi generò un acceso dibattito, inasprendo ulteriormente il distacco tra Pasolini e il movimento studentesco.
Critica alla modernità e alla massificazione
Alla base delle critiche pasoliniane vi era una profonda sfiducia nei confronti della società industriale e del consumismo, che egli considerava ben più pericolosi del vecchio potere clerico-fascista. Secondo Pasolini, la cultura di massa e la modernizzazione stavano annientando le autentiche radici popolari dell’Italia, omologando i giovani in una ribellione priva di vera coscienza politica.
Il suo sguardo, infatti, era rivolto con nostalgia alle classi subalterne, ai contadini e ai proletari del sud, ancora non completamente corrotti dall’ideologia borghese. La sua idea di rivoluzione non era quella del Sessantotto, ma piuttosto una trasformazione culturale e antropologica, fondata sulla riscoperta di un’identità autentica e non imposta dal mercato.
«Vi odio cari studenti»: un’accusa alla falsa ribellione
Un altro testo emblematico del suo pensiero è l’articolo «Vi odio cari studenti», in cui Pasolini attacca duramente i giovani contestatori. Egli li accusa di essere ipocriti, in quanto la loro ribellione non rappresentava una vera rottura con il sistema, ma ne era una manifestazione interna. Scrive infatti: «Siete omologati, senza saperlo, dalla cultura di massa, siete figli della borghesia che volete combattere, e il vostro linguaggio e il vostro stile di vita sono esattamente quelli che il potere vi ha imposto.»
Con queste parole, Pasolini smaschera quella che considera una falsa coscienza rivoluzionaria, evidenziando come la protesta studentesca non fosse realmente antisistema, bensì una forma di ribellione controllata, priva di una vera alternativa sociale e politica.
Pasolini e il ’68 nel cinema e nella letteratura
Le sue opere cinematografiche e letterarie riflettono questo sguardo critico. Film come «Teorema» (1968) e «Porcile» (1969) mettono in scena la crisi della borghesia e il vuoto esistenziale che il ’68, secondo Pasolini, non era in grado di colmare. Anche nei suoi saggi e negli articoli pubblicati sul «Corriere della Sera», emerge una lucidissima analisi della trasformazione antropologica dell’Italia, spesso in contrasto con l’entusiasmo rivoluzionario degli studenti.
Conclusioni
Pasolini non fu mai un reazionario, ma un intellettuale radicale e scomodo, capace di smascherare le contraddizioni di ogni ideologia. Il suo giudizio sul Sessantotto non era un rifiuto della lotta politica, ma una denuncia della superficialità e dell’omologazione che intravedeva nei giovani contestatori. Pasolini non voleva piacere, ma al contrario essere analitico, anche e soprattutto come poeta, poiché soprattutto egli era un poeta. La sua eredità intellettuale continua ancora oggi a interrogare e provocare, spingendo a riflettere su cosa significhi davvero essere rivoluzionari.
Ci manca Pasolini. Dopo di lui, nessun intellettuale è stato tanto preveggente.
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